Parrocchia di S.M.Maggiore
feriale 8.30 19.00
festive 7- 8.30-10-11.15 18.00
festiva 12.30 (in Inglese)
prefestiva 18.00

Parrocchia di Cristo Risorto
feriali 8.30
mar.-ven. 19.00
prefestiva 18.00
festive 8.30-10.00-11.15 18.00

Santuario Perpetuo Soccorso
feriale 7.30 - 9.00 19.00
prefestiva 19.00
festive 6.30-8.30-10.00-11.30 19.00

Parr. di S.G.Battista
feriale 8.00
prefestiva 19.00
festive 8.00-10.30

Chiesa di San Rocco

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Suonò alla porta della canonica e aspettò con calma che qualcuno aprisse. Aveva in mano una piccola icona e voleva che si vedesse. Fui invece colpito dal suo bel sorriso e dal tratto gentile e dai modi timidi con cui si presentò: “Buon giorno, don Giorgio, come sta? Ho ricevuto pochi giorni fa questo regalo e son venuta per chiederle di benedirlo prima di appenderlo in casa”. Mi accorsi subito che, insieme alla benedizione, mi chiedeva di poterla ascoltare per confidarmi qualcosa di importante: “Mi permette di raccontarle la storia di questo quadretto?”. La feci accomodare volentieri e mi aprii all’ascolto. 
I miei tre ragazzi hanno conosciuto qualche tempo fa Samir, un ragazzo egiziano. Sa come sono i ragazzi: era appena arrivato da noi in Italia e Marco, il più estroverso dei miei figli, non si fece nessun scrupolo ad avvicinarlo e immediatamente di introdurlo in casa. Le confesso il mio imbarazzo e quello di mio marito, con tutti i pregiudizi nei confronti di chi non è nostrano e che per di più viene da quelle parti. Anche perché Samir ha qualche anno in più dei nostri figli e  un giovanotto di più di vent’anni può influenzare chi è più giovane e inesperto. Mi colpì, però, la sua dignità e la serietà che vergavano la sua povertà un po’ spaventata.
Dopo i primi contatti approssimativi, superata un po’ la diffidenza, siamo arrivati a dirgli: “Di cosa hai bisogno? Se ti serve qualcosa…” . In effetti, non è mai stato esigente: qualche indicazione di sito internet per trovarsi un appartamento, qualche aiuto per la lingua, alcune indicazioni burocratiche e, quello sì, alcune uscite per cercare un lavoro. I miei figli, però, si accorsero che più di tutto, Samir aveva bisogno di qualcuno che gli dedicasse tempo e per farlo sentire meno solo in una terra nuova e straniera. Sono stati loro a farlo sentire più di famiglia fino a forzarci, me e mio marito, a chiedergli di fermarsi a cena. Le confesso che la prima volta che si fermò a mangiare riapparve un po’ di diffidenza e un’indefinibile paura. Mi ha interrogato quella paura. L’ho lasciata parlare senza metterle ostacoli: mi ha raccontato l’imbarazzo di fronte a qualcuno inaspettato e differente; mi ha messo a disagio sentire il diverso con la sua cultura e la sua lingua così lontana; mi ha messo a nudo il dover far i conti con una storia di povertà, di fuga, di ricerca di vie d’uscita per un avvenire migliore fatta di chilometri di deserto, di stenti e di fame, di bastonate e di prigione. Mentre ascoltavo le mie paure, ho provato vergogna. Ma mi sono anche sentita più libera e un po’ più disponibile all’accoglienza. Ora sì, potevo essere un po’ più accogliente. E quella paura iniziale ha fatto scaturire qualcosa di nuovo, quasi un’idea che s’accende e illumina e permette di vedere sotto una luce differente: e se i mondi stranieri fossero fatti solo per incontrarsi?

 

Incantato, ascoltai il suo racconto, concessomi tutto d’un fiato. Quasi mi leggesse nel pensiero, a questo punto prese dalla borsa dove l’aveva riposta, l’icona. Non riuscivo a capire il nesso dell’immagine con tutto quello che la donna aveva detto finora. 
Vede, don Giorgio, dopo quella prima, Samir l’abbiamo invitato altre volte. Anche nei giorni di Natale quando in famiglia ne approfittiamo per scambiarci gli auguri! Ci ha veramente sorpreso: anche lui, il “povero” Samir aveva un dono per la nostra famiglia. L’ha posto sulla tavola, forse per godersi il nostro imbarazzo o forse perché non sapeva a chi darlo in mano senza mettere a disagio gli altri. Neanche a dirlo, fu Marco che si catapultò e cominciò a scartare il pacchetto. La sua curiosità si tramutò in delusione quando vide che era questa piccola icona. Credo che anche Samir intuì la delusione, ma non si perse d’animo e cominciò a spiegarla:“Rappresenta i tre  angeli seduti a mensa. Mi hanno detto che per voi cristiani è importante perché raffigura Dio. Per noi mussulmani non si può farlo, ma m’è piaciuta l’idea che per voi Dio si può dipingere. Poi, dove l’ho acquistata, mi hanno detto anche un nome che non avevo mai sentito prima: è scritto anche qui dietro, perché io faccio fatica anche a ricordarlo e a dirlo: Trinità” Samir riusciva a tenerci incollati sul pezzo! Forse era per il suo accento, forse per l’aura di mistero che gli abitanti del deserto si portano dentro, forse per un’innata capacità narrativa… sta di fatto che stava incantando anche i miei ragazzi. E il dialogo con loro si fece serrato”. “Cosa fanno i tre angeli?”, Chiese Samir. Niente,  si guardano e sono seduti fianco a fianco”, rispose Chiara, mia figlia. Sono seduti a tavola, ma non vedo molto da mangiare. Solo una coppa, forse devono riempirla e qualcuno dei tre berrà”, disse Marco. Andrea, l’altro mio figlio che di solito partecipa poco, ma che ascolta sempre con molta attenzione, a questo punto intervenne con un’acuta osservazione:Per me sono un po’ preoccupati. Sì, proprio preoccupati e sembrano aspettare qualcuno. Aspettano il cibo e qualcuno che lo porti. O forse si stanno solo rifocillando e riposando un po’: mi sembrano infatti dei viaggiatori perché hanno dei bastoni per sostenersi lungo il cammino. Sì, aspettano un amico per far strada insieme!” “Sì Andrea! Secondo me hai visto bene”, disse Samir entrando nella riflessione, “aspettano proprio un amico. E, guardate bene, questo amico sono proprio io che sto guardando. Chi ha dipinto l’ha fatto apposta e ha lasciato uno spazio vuoto nella tavola perché anche chi guarda sia partecipe ed entri e si sieda e condivida e mangi per poi continuare con loro tre il viaggio. Io, proprio io, proprio Samir sono straniero in questa vostra terra, ma voi ora mi avete invitato a cena. Ecco allora: io Samir mi sono sentito l’amico atteso e ora accolto. Per me avete preparato un posto. Ora non sono più uno straniero e voi siete i miei tre angeli: Marco, Chiara, Andrea”. Non le dico, caro don Giorgio, la confusione che l’immagine degli angeli provocò nei miei tre figli: cominciarono a prendersi in giro e a non credere di essere stati chiamati angeli. A me, invece, fece venir in mente quella canzone di qualche hanno fa: “aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più; se sposti un po’ la seggiola…Ma a Samir interessava veramente andare più a fondo. E continuò con serietà: “Quando accogliete un amico e trattate uno straniero come ospite, voi assomigliate agli angeli di Dio. Anzi: assomigliate proprio a Dio, il Pellegrino che non finisce mai di andare per il mondo con il suo bastone da viaggio per incontrare i suoi figli e per sentirsi invitato da loro a sedersi a tavola per condividere pane e parole”. Marco, proprio lui che poco prima non  aveva nascosto la sua delusione, ora si affrettò a riprendere l’icona:E questa, ora è mia e la appendo nella mia stanza”. Altra confusione! Intervenni con fermezza: “Il posto di questa immagine è nella nostra sala da pranzo. E prima di mangiare ci inviterà ad alzare lo sguardo e a ripensare a Samir, a tutti i Samir, a noi, agli angeli, all’amico atteso, agli ospiti di Dio”. 
Come non benedire un simbolo tanto importante. Avevo capito che era molto e molto di più di un’icona. Era diventata quasi un sacramento: Sacramento dell’accoglienza! 
E mentre ringraziavo la signora per la sua squisita sensibilità e le chiedevo licenza di raccontare un episodio tanto marcante per loro e, ora, anche per me, pian piano faceva capolino anche un’idea, fino a illuminarsi e a diventare sempre più chiara: e se chiedessi a San Valentino nella sua festa ormai prossima di portare a tutte le famiglie di Bussolengo la stessa icona come “Sacramento dell’accoglienza”? 
I desideri di un parroco sono ordine per il Patrono!
Detto fatto: l’immagine riprodotta entri nelle vostre case come dono di San Valentino e renda tutte le nostre tavole aperte e accoglienti, rinverdendo e rinnovando lo stile di apertura e accoglienza propria del nostro Bussolengo.

Da sempre!


Buon San Valentino


 


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